BETTY E GLI ALTRI

Debbo ricordarmi della grande piccola Betty. Questa donna apparentemente straordinaria. Cosi' minuta. Cosi' riservata. Cosi' modesta. E allo stesso tempo cosi' felice. Felice di investire la maggior parte del suo tempo in un Istituto dell'India insegnando la microbiologia alle ragazze che si preparano a diventare infermiere. Betty Hobbs, infatti, e' la maggiore autorita' mondiale nel campo delle tossinfezioni alimentari, almeno dagli anni trenta, da prima delle origini della microbiologia alimentare scientifica. E lo e' ancora oggi. Ma la sua autorita' deriva (o cosi' almeno, ora che l'ho conosciuta di persona, mi sembra) anche dalla sua particolare personalita'. Nel momento di scrivere sua e personalita' mi e' venuto instintivo pensare alle iniziali maiuscole. Non si pensi alla devozione del discepolo. Soprattutto perche', dopo averla conosciuta, da colosso di pietra pura Miss Betty si e' trasformata in una dolcissima persona pervasa da una evidente forma d'intossicazione dolce da amore universale. Che poi riversa sui fratelli (e' inglese) indiani, che tanto le sono vicini. Ero seduto accanto a Lei, a cena. E malgrado il mio desiderio prepotente di parlarle, non trovavo argomenti che potessero richiedere risposte piu' prolungate di qualche lungo secondo. Ma Lei mi disse ben presto che lavorava in India, appunto (in tutto il mondo lo sanno, ma Lei forse non sa' che noi che ne conosciamo la voce scientifica, tutti lo sappiamo), e che l'insegnamento le dava grande piacere e soddisfazione perche' le consentiva di contribuire allo sviluppo di quel grandissimo Paese, attraverso queste giovanissime ragazze, molto intelligenti e con un inesausto desiderio di gioia e di cultura, che andavano ogni anno a inserirsi nel frame sul quale scorrevano sottili i nervi motori della nazione. La gioia che sprizzava lei stessa parlando dell'India mi diede il destro per un aggancio.  Da circa un anno contribuivo, con un modesto assegno mensile, al mantenimento di una ragazza di Bombay.  E' stata la prima volta che Sangeeta mi e' stata di grande ed evidente utilita'. Cominciai col chiedere a Miss Betty l'esatta pronuncia del nome, e quindi Le spiegai il motivo della mia curiosita'. Ebbe come un fiotto di sorrisi e di amore che tutti insieme e contemporaneamente le uscirono dal viso, come in una corsa, e si diffusero tangibilmente su tutte le cose li' attorno. Baird-Parker, direttamente di fronte a Lei, divento' bellissimo, di una bellezza superiore a quella che gli conferiva l'essere un famoso scienziato. La qualita' della cucina italiana, l'amabilita' dei convitati, la dolcezza del settembre milanese, in un attimo persero di interesse.  In un istante Betty era di nuovo e ancora dentro l' India, e comincio' a sorridere.  Un sorriso cosi' dolce, cosi' femminile, cosi' perfettamente d'amore, che le fluiva senza fine dentro e sopra le espressioni del viso e i suoni della voce, in un cumulo di emozioni che cercavano spazi in una lontana memoria di sitar che pervadeva l'aria.  E parlava parlava, senza interruzione, di tutte le cose che accadevano laggiu', dove sotto un sole bruciante la gente vestiva di bianco e di colori bellissimi, aveva visi e capelli e occhi di straordinaria meraviglia (eyes, piu' che occhi), ma soprattutto una speciale voglia di conoscenza, una speciale voglia di sopravvivere, un particolare pudore nel sentirsi ancora vivi. In realta', Miss Betty non parlava della bellezza della gente, ma dei luoghi, e solo dell'intelligenza delle sue ragazze, non ricordo quante, che in questi ultimi quindici anni erano state sue discepole diligenti. Si sentiva utile. Ci teneva a dichiarare questa sua consapevolezza. Piu' utile che se avesse insegnato al mondo, come ha fatto, tutti i misteri dei microrganismi patogeni. Mentre diceva del tipo di istruzione che ricevevano queste ragazze, confesso che sembrava durissima, come se emergesse quella pietra sommersa che avevo immaginato costituire la struttura forte che le aveva consentito di sopravanzare indiscutibilmente, Lei, donna e anche minuta, tutti gli studiosi comparsi in 60 anni. Nessuna debolezza.  Solo forse il bisogno ancora e sempre di sentirsi utile, e di prodursi in un ambiente che le voci e le anime delle ragazze ammorbidiscono, all'avvicinarsi della sera.  Insomma, Miss Betty era in India per amore, e un po' per forza.  Perche', forse, alla verginita' antica di un Paese come questo si poteva somministrare ancora il veleno dolce della conoscenza.  E anche perche' all'avvicinarsi della sera si fa sempre piu' avanti un gran bisogno di amore e di tenerezza; tepori che crescono piu' spesso sul volto e nell'anima delle donne in fiore, e che ci si aspetta di assorbire per semplice effetto di prossimita'.

Una cena, non e' una passeggiata o un lungo racconto. Molto e' taciuto, tanto perduto tra bicchieri e sciocchezze che sono solo il piacere di "essere tra noi", tanto non inteso e tanto ancora non compreso. Ma e' stata una delle mie cene migliori. Ho conosciuto Betty Hobbs, e mi sono arricchito.
[ricordo improvvisamente che il gestore del ristorante, forse approfittando della circostanza che i miei commensali erano tutti stranieri, ci ha rapinati in modo criminale].

Poi Miss Betty e' rientrata in albergo.
Roberts mi ha agganciato strettamente, e per tutta la sera abbiamo percorso un locale dopo l'altro alla ricerca della birra imbevuta, tra frastuoni intollerabili di rocks e le sue inudibili confidenze. Terence e' quasi certamente il piu' intelligente personaggio dell' intera compagnia (e non tanto perche' dice che noi due siamo il meglio!). Chi rideva di meno era Grau, l'australiano. Bryan, che veniva dalla bella Atlanta, e' stato il bersaglio preferito di Roberts. ma lui ne ha riso veramente tanto, con molto spirito, dal suo viso disteso e tenero.  mostrando ancora una volta la semplicita' e la purezza d'anima dell'America.
 
 

Ai primi di dicembre ho partecipato ad un meeting in una nota citta' europea.  Mi sembrava di vedere tutti i partecipanti come tonificati, forse dai primi freddi dell'inverno che ormai ci aveva raggiunti. Una nebbia fittissima impediva completamente la vista della citta. Piccoli gruppi si componevano e si scioglievano in continuazione. Era un primo incontro. si sentiva il bisogno di conoscerci, riconoscerci, contarci.  Un po' come certi animali.  Ero l'unico italiano.  Ormai eravamo seduti quasi tutti attorno al grandissimo tavolo, e il Chairman stava per avviare la riunione, quando entra una coppia di individui. Oddio. Ho avuto come un colpo, dentro. I due erano cosi' diversi da tutti, per il loro abbigliamento soprattutto, ma anche per l'espressione - tra corrucciata e arrogante, spocchiosa e tracotante; un cesso, insomma - che mi suscitarono subito un'invincibile avversione.  L'allarme m'era venuto dall'abbigliamento, tipicamente all'
italiana, ossia da straccioni. Non saranno mica italiani, quelli, pensavo.  dio mio. speriamo proprio di no.  magari sono algerini, o marocchini, o forse spagnoli, perche' no? ma la speranza si rivelava poco dopo inutile. Che scalogna, avere un aspetto cosi' odioso - e tra gente civile, poi !  Piu' tardi seppi anche i loro nomi. E allora quasi piansi, un po' dalla gioia e un po' dalla rabbia. Avremmo potuto far partecipare studiosi di valore, e invece mettevamo in mostra due cretini (questa, la rabbia); almeno, se ne sarebbero accorti tutti molto presto (questa, la soddisfazione - si fa per dire).
Terence mi guardo' con aria inquisitoria, e intui' il mio fastidio.  Vorrei sottrarmi a queste reazioni istintive.  Non mi riesce quasi mai.  Il fatto e' che conosco abbastanza i tacchini del pollaio, e detesto gli imbecilli in cattedra - e sono la maggior parte naturalmente - come insegna instancabilmente la statistica.
Non so quanti abbiano avuto reazioni analoghe alla mia. Ma sono propenso a ritenere che certe presenze turbino il corso regolare e costruttivo di un incontro. come turbarono me, che rimodellai il mio intervento e appena potei fuggii via. come dice anche Terence, che i gruppi, le equipes, vanno bene fino li'; servono per far fare a qualcuno mezzi i lavori che non vogliamo fare noi; ma sotto il profilo creativo, costruttivo, non stanno in piedi , anzi. E in verita', i lavori sarebbe meglio farli tutti noi, in una festa di ingordigia di lavoro, e di approssimazione la maggiore possibile con un'idea di perfezione, si'; ma anche con uno spirito un po' particolare; con l'entusiasmo che vive nelle cose, delle cose.  Insomma, i piccoli gruppi, sono meglio. Non piu' di due, tre. almeno come regola (i.e.: nella maggior parte dei casi - 95%, +/- 2s ). se c'e' un solo osso.
 
 

Tutta differente e' stata l'esperienza americana di meta' dicembre. A Bethesda ci sono certamente molti italiani, come ci sono molti studiosi da ogni parte del mondo. Ma li' si ha l'impressione - colta dal di fuori, di passaggio - che si lavori, e forse, che sia anche possibile lavorare "insieme".  l'atmosfera e' piuttosto entusiasmante.  Ma ancora piu' sorprendente e' stato l'incontro con Gajdusek a Fort Detrick, nella base militare US presso Dietrick, nel Maryland. Fallite in circostanze imprevedibili le occasioni di incontro con questo personaggio, faccio appello ad un certo spirito d'avventura e gli telefono direttamente, da Pittsburgh, chiedendogli un appuntamento per il giorno successivo. Nel giro di una mezza dozzina di minuti, dopo qualche esitazione, me lo concede. Spedisco via fax una breve descrizione degli argomenti di mio interesse. Parto il mattino successivo. Arrivo a Washington, raggiungo l'hotel sulla Capitol Hill che gia' conosco, spazzolo in camera una ricca raccolta di frutta e un filet mignon, salgo su un taxi condotto da un negro alto dagli occhi intelligenti e un po' sbracato, e via verso Fort Detrick.  Una cinquantina di km vissuti un po' pensando all'incontro e un po' bevendomi direttamente alla fonte la dolce luce dell' America. Superato qualche rapido controllo dei militari all’entrata, raggiungo la sede in cui lavora questo grande scienziato, dietro la porta aperta con un automatismo dall'interno mi sento chiamare ...professor casolari ?...con quella particolare trasposizione di accenti che gli anglosassoni impongono ai termini che non hanno propriamente il sapore locale, e che suona come una piacevole cantilena. Lo studio di Gajdusek, originariamente forse di 2x3 metri, e' ora ridotto ad uno stretto camminamento che va dalla porta alla sua scrivania. il resto e' un cumulo non regolarmente ordinato di libri, riviste, fogli di appunti, e ancora libri e riviste, carpette che straripano di contenuto, grafici, tabelle, sparse ovunque. Sulla scrivania di Gajdusek ci rimangono all'incirca 38.23x51.2 cm di spazio, sui quali immagino debba scorrere buona parte della sua vita di studio.
Quest'uomo cosi' modesto e cosi' attivo, che lavora in questa "cabina" dall'aspetto cosi' provvisorio, ha ricevuto il premio Nobel per la medicina 13 anni fa', per i suoi studi su agenti infettivi di natura sub-virale e qualcuno dice che ne guadagnera' un altro fra poco. Sta studiando i retrovirus in rapporto al cancro. Mi rovescia addosso una valanga di benedettissime parole che mi sommergono letteralmente. A stento cerco di orientare il discorso sugli obbiettivi di mio maggiore interesse. Lui mi dice tutto. Vuole, soprattutto, essere sicuro che io sappia certe cose. Che stanno alla base di tutto il discorso. il resto sa che forse lo so. Mi investe con la sua musica. Si'. ascoltandolo, il suo modo di esprimersi, il suo modo di esporre le questioni, la singolare organizzazione del discorso - per vie rette, chiare, pulite - i collegamenti suitable, la continua risposta alle attese (se questo sta cosi'...allora questo...), la corretta sequenza di argomentazioni, ...insomma, avevo sete di questi suoni, che sono si' parole, ma musica alle mie orecchie, felicita' ai miei sensi, odore di mandorle e di fiori di mele da sciogliersi nel cuore della mente.  Cui ricorrere nei momenti difficili; quando sono giorni, mesi, che non sento parole con dentro una voce.
Dopo circa un'ora e mezza, mi propone di definire alcuni dettagli tecnici di mio interesse con un suo collaboratore che lavora a Bethesda, in un altro dei laboratori che dirige. Scende con me all'aperto, perche' vorrebbe accompagnarmi con la sua auto; ma il taxi mi sta aspettando. Allora lo vedo raggiungere rapidamente, senza perdere un istante, l'autista; gli spiega con la massima semplicita' e chiarezza come raggiungere il building 36 a Bethesda, quindi gli da la mano e torna verso di me. Mentre ci allontaniamo da Fort Detrick, dico all'autista che quel pomeriggio abbiamo avuto l'onore di conoscere da vicino un premio Nobel. Ha fatto un salto sul sedile. "really?..ma proprio quello li' che mi ha insegnato la strada?"
Sembrava davvero molto contento, il viso gli splendeva. disse "fra qualche anno forse potro' dire di averne addirittura conosciuti due!" Non cercai di scoraggiare il suo entusismo; sembrava troppo felice; sbracato e felice.

Molte ore piu' tardi, mi ricordai dell'ufficio di un altro premio Nobel, ma europeo, J. Monod. Era all'Istituto Pasteur diParigi. Oltre alle dimensioni (circa 10x20metri), ricordo soprattutto come un'impressione di Versailles ricostruita e riaddobbata opportunamente; bianco, verde e oro, i colori dominanti; alle pareti enormi cornici barocche dorate che contornavano grandi tele dipinte, enormi specchi lucenti; soffitti incorniciati, dorati, affrescati gloriosamente; arredamento anch'esso naturalmente di livello museale. Che differenza, con l'ufficio di Gajdusek!  Mi sono sorpreso tuttavia di sentirmi d'accordo con entrambi. L'uno, con un posto di lavoro spartano, essenziale, semplice e funzionale, con la prossimita' fisica dei testi e dei grafici della nostra vita. L'altro, che non se l'era sentita di rinunciare ad un ambiente cosi glorioso, che poi con tutta probabilita' era stato apprestato da qualche suo predecessore. E soprattutto, dopo cio' che aveva fatto e detto e scritto, come non perdonare qualunque cosa, a Monod?!  Eppoi, l'Europa e' anche questo. anzi, e' quasi soltanto questo. Pompa. aria fritta. palloncini colorati. Ed e' difficile, per un europeo, ancorche' di superiore intelligenza e cultura, sottrarsi a questi ninnoli della coscienza, a questi balocchi dell'animo gentile. Tuttavia, pur essendo piu' vicino a Gajdusek, il giorno che la televisione annuncio' la morte di Monod, fui attenagliato da un'oppressione disperata, e piansi; mi sentii orfano di una orfanilita' continentale, cosmica, definitiva.
La morte dell'intelligenza e' forse la peggiore delle sventure.
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