La lettera del 
GRANO
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Saturday, February 16, 2002 

Carissimo P., 
spero proprio che tu stia sempre bene. 
Vorrei appellarmi alla tua professionalita' e alla tua dottrina religiosa, per avere un chiarimento su questa questioncella. 
Partecipavo all'ultima funzione per la Signorina G. [ci ha lasciato alla fine di gennaio], quando il prete officiante ha tirato fuori questa storiella del grano che deve morire per dare frutti. 
Ho ricopiato il testo esatto, e lo riporto qui di seguito. 

Dal Vangelo secondo S.Giovanni
"Gesù annunzia la sua glorificazione attraverso la morte." 
20  Tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa, c'erano anche alcuni Greci. 
21  Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli chiesero: «Signore, vogliamo vedere Gesù». 
22  Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. 
23  Gesù rispose: «E' giunta l'ora che sia glorificato il Figlio dell'uomo. 
24  In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. 
25  Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna. ...

Il prete, dopo aver posto la questione,  si e' inciabattato, e non e' riuscito a spiegare la cosa, malgrado un paio di tentativi. 
E mi sembra ragionevole. 
Ma tu, da agronomo e da cattolico osservante, cosa ne pensi? 
vency 
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Wednesday, February 20, 2002

Carissimo P.,
Forse la mia inquiry era piu' elementare.
Dice il sacro Testo: "..se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto." Cioe', letteralmente: se il chicco che e' nel terreno e' vivo, non germinera', e quindi non dara' frutti; ma se e' morto, o sterile, che e' la stessa cosa, allora si', che dara' frutti! Ma da quando in qua' la germinazione necessariamente abortisce; e i chicchi che non sono piu' vivi, germinano? Forse che gli agricoltori seminano chicchi sterili, o 'morti', con Indice di Germinabilita' dello 0%, per essere sicuri di averne tanto frumento? 
Ossia: biologicamente, se un seme qualsiasi 'muore', non c'e' verso che possa dare frutti di alcun tipo. Questa e' agronomia elementare, biologia elementare; che tu poi, conosci molto meglio di me. 
Ma la storia non puo' essere questa. E allora?

Tu dici che il discorso e' una metafora; e vorrebbe significare che se non cessa l'attenzione a se stessi [se non si muore come singoli, come individui], non si potranno dare frutti. 
Non so di quali frutti si parli. Anche perche', cosa vuol dire rinunciare a se stessi? Alla propria personalita', ai propri impulsi, alle proprie inclinazioni, alla propria cultura? Ma se si rinuncia a tutti questi valori personali, non rimangono in circolazione che degli imbecilli, molto zombi. I valori personali non bisogna buttarli alle ortiche, direi. Altrimenti, come si puo' essere di aiuto alla comunita'? Direi proprio il contrario, semmai. Solo perfezionando al massimo le proprie doti, si puo' dare il massimo contributo possibile alla comunita'. Ma non diceva cose simili, ma in altre circostanze, lo stesso seminatore [chi non fa fruttare i talenti che si trova in tasca e' un povero fottuto]? Sono convinto infatti - sai che sono inguaribilmente ottimista e inguaribilmente fiducioso nella razionalita' - che sarebbe piu' opportuno stimolare solamente il perfezionamento personale, e solo quello; perche' piu' ci si approssima alla perfezione 'interiore', piu' potra' trarne profitto, automaticamente, la convivenza civile.

Ma ancora, come fa il seme a morire e allo stesso tempo preparare quella macchinetta ingegnosa che esplodera' nel prato? Sinceramente, mi pare una metafora del tutto sballata. 
Direi che e' un concetto molto comunista, nel profondo; odiosamente comunista, quello della morte dell'individualita', come premessa indispensabile alla fruttificazione.  E' obsoleto. Tutto il tempo trascorso ha dimostrato che solo nella singolarita', nell'individualita', sta la ricchezza inventiva, propositiva, creatrice dell'umanita'. 
Anche Stalin ha cercato di ammazzare tutta l'individualita' che poteva essere individuata - magari sotto tortura - nei suoi poveri concittadini ridotti al rango di stracci [penso ad 'Arcipelago gulag']: non mi  pare che abbia ottenuto dei gran frutti. 

Eppoi, ci sono individui che vivono l'intera vita racchiusi nel loro piccolo orizzonte - sono apparentemente morti, visti dall'esterno - e non per questo vivono una vita inutile per la comunita'; semplicemente, non sono in grado di 'uscire' con vantaggio immediato di nessuno.
Insomma, c'e' una grande varieta' di situazioni, sotto il profilo strettamente biologico/genetico; e quindi una grande modulazione possibile nell'entita' della possibile 'donazione' alla comunita'. 
Si potrebbe obbiettare che, come per l' 'Indice di Germinabilita' [IG], ci sono una quantita' di situazioni intermedie possibili: 90% di attenzione a se stessi [ASS] e complemento a 100% di apertura al prossimo, alla comunita'; ma ASS puo' essere di 70, 60, 30 12, ecc.; quindi, ASS puo' assumere una quantita' di valori e cosi' pure la produttivita'/fruttificazione; esattamente come nel caso dell' IG . Insomma, non sarebbe un problema del tutto o nulla, ma un fenomeno con tutta la gradualita' che comporta qualsiasi fenomeno biologico, o naturale, se vuoi. Quindi non sarebbe necessario 'morire', per dare frutti; potrebbe bastare una situazione intermedia, se fosse configurabile. Ma visto che Lapalisse non la prevede, direi che la verita' sta da qualche altra parte, probabilmente.
Si potrebbe ancora pensare che il narratore volesse semplicemente indicare agli interlocutori un principio, un concetto. E allora la gradualita', la parzialita', la 'germinabilita' potrebbe rientrare, ancorche' sottaciuta, ancorche' tirata per i capelli, nel contesto.

Ma mi chiedo anche, perche' non semplificare la questione e privilegiare una metafora piu' credibile; infatti, a qualunque agricoltore non deve essere sfuggito il fatto che la metafora non funzionava, poiche' se il seme muore, non puo' dare frutti; anzi, com'e' ovvio, solo se non muore, puo' dare frutti. Immagino che anche un pescatore sprovveduto potesse senz'altro essere al corrente della cosa. Immagino che quando si vedevano al bar, a bere un bicchiere e a farsi un giro di carte, abbiano avuto occasione, i vari ruspanti del tempo, di scambiarsi qualche informazione di questo tipo elementare. Dunque, perche' scegliere un riferimento cosi' sbagliato? Perche' bisogna ammettere che e' sbagliato, filosoficamente e biologicamente [e la germinazione e' un fenomeno assolutamente biologico/agronomico] affermare che i semi debbono morire, per poter dare frutti. E' un po' come dire che bisogna spararsi in testa per poter pensare. O digiunare, per alimentarsi. O lasciarsi soffocare, per poter respirare. Insomma, mi pare che sia assolutamente sbagliato in linea di principio.

Una metafora piu' credibile? 'Bisogna addormentarsi, per sognare'; 'Bisogna uscire di casa, per fare una corsa nel prato'; 'Bisogna non stare sulla barca, ma buttarsi in acqua, se si vuole nuotare'; 'Bisogna uscire dall'uovo, per crescere'; Bisogna uscire dal grembo materno, per far crescere se stessi'; 'bisogna salire su un cammello, o incamminarsi, o armare una barca, se si vuole esplorare il mondo'; 'Bisogna uscire di casa e andare in piazza, se si vuole dare una mano al prossimo'. Comunque penso che un esperto di metafore e parabole, potrebbe trovarne di adeguate, molto piu' adeguate.

Insomma, non posso credere che dei ruspanti come potevano essere i soliti interlocutori di Gesu', abbiano potuto capire una storia cosi' scombinata. Tanto e' vero che perfino il prete dell'Iraia, che pure dovrebbe essere in grado di esercitare una certa preparazione professionale nel districare metafore per le menti stanche dei poveri anziani che vanno li’ a finir di respirare, si e' 'inciabattato'.

Mi chiedo anche, ma perche' tirare in ballo un 'seme', come simbolo di colui che pensa solo a se stesso, dell'egoista; quando invece il seme e' piuttosto il simbolo della promessa, della disponibilita' assoluta; e' la negazione del tutto per se stesso, visto che la gloria del seme e' l'espandersi, l'esplodersi nella gioia del divenire una piantina e di moltiplicare la propria vita in decine di altri semi e discendenti all'infinito?! 

Tuttavia, la metafora funziona, e funziona perfettamente, a mio parere, se riferita - esclusivamente se riferita - al narratore stesso. Mi pare infatti che tutta la filosofia, il progetto, che da' forza al cristianesimo consista proprio in questo: << nientedimeno che il figlio di Dio viene a farci una visitina, per ricordarci tante belle cosette, non solo, ma addirittura si fa inchiodare in croce, come suprema testimonianza della sua volonta' di riscattare la nostra ignominia al cospetto di Dio. Quindi, cari signori, se non vi commovete davanti a questo sacrificio cosi' eccezionale, siete veramente abominevoli >>  [qui' sta' la forza del progetto]. 
In questo caso, il seme, il narratore stesso, e' vero, deve morire, inevitabilmente, perche' e' nelle previsioni; perche' diventi credibile e accettabile tutta la storia, e quindi possa esserci la fruttificazione, il cristianesimo. Non ci sono dubbi. Messa cosi', questo 'individuo' deve morire, per dare frutti. E' nelle premesse. 
Mi pare che solo in questo senso, la metafora sia totalmente, perfettamente corrispondente.
"..se invece muore, produce molto frutto."
Mi sono avvicinato alla comprensione, o sono ancora in alto mare?

Ciao, vency

PS: "..Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita..."
Questo 'odiare la vita' non mi piace affatto. Mi fa semplicemente orrore.
Anche questa frase e' accettabile, mi pare, solamente se riferita al narratore di cui sopra, che dice: debbo sacrificarmi, affinche' le previsioni si compiano.
Pero', se "..chi odia la sua vita in questo mondo, la conservera' per la vita eterna..", potrebbe quasi far pensare che Gesu' avesse delle alternative; potesse scegliere se stare al sacrificio, o ribellarsi; nel primo caso si sarebbe guadagnato la vita eterna; nel secondo l'avrebbe perduta. Ma e' concepibile che il figlio di Dio potesse essere privato della vita eterna?
Credo proprio di no.
Ma allora, il versetto 25 si riferisce agli uomini, non al narratore.
E allora non ho ancora capito niente!
O c'e' un'alternativa?

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Friday, February 22, 2002

Carissimo P.,
la questione del seme che perde la sua identita' facendosi piantina, mi va benissimo. 
E' una visione filosoficamente bella, certamente. Anche esteticamente, direi. Ma forse avrei dovuto chiedere la tua opinione di agronomo, in modo piu' esplicito. Anche se non escludo - se mi e' concesso - che la tua propensione naturale all'interpretazione filosofica, avrebbe comunque sottratto la tua risposta alla tua stessa competenza professionale [terra-terra].
Cio' non toglie che nella realta' agronomica/biologica [perdona la parziale invasione di campo] il seme possa perdere la sua identita' e farsi piantina, a patto - e solo a patto che - come seme sia vivo, vitale; se come seme e' in grado di mettere in moto i fenomeni che daranno poi origine alla piantina. 
Certo che, piu' in generale, qualunque 'processo', essendo caratterizzato da una trasformazione, comporta la fine dello stadio precedente. D'accordo. Ma si tratta di 'trasformazioni', evoluzione di situazioni; che peraltro non avverrebbero - non avvengono - in assenza della corretta condizione funzionale dello stadio immediatamente precedente, per definizione stessa di processo. 
Eraclito direbbe, forse - non so se ricordo bene - che non c'e' addirittura nessuna situazione stabile; quindi la morte non dovrebbe esistere, secondo Eraclito, poiche' la morte e', per definizione, assenza di movimento; e solo la vita, puo' esistere, perche' la vita e' processo, movimento, trasformazione. O forse ho tirato Eraclito per i capelli?
Ma senza andare a svegliare i cari, vecchi filosofi greci, torniamo al nostro grano. La visione che proponi  - bellezza filosofica a parte - mi sembra tirata per i capelli, soprattutto in riferimento ad un uditorio un po' primitivo, almeno nella norma, nella tradizione, nelle attese. Credi che qualche falegname o pescatore dei dintorni possa capirla subito, 'sua sponte', coi mezzi che ha, l'immagine del grano che deve morire per dare frutti? Ho molti, ma molti dubbi. Potrebbe bastare l' inciabattarsi del Reverendo, per testimoniarlo. 
Difficile far credere ad un contadino qualsivoglia, che una pianta 'morta' possa dare frutti. E ancorpiu', che le piante debbano 'morire' per dare frutti. I suppose.

Il seme poi che e' in dormancy, e' anch'esso vivo, anche se non ha fretta di dimostrarlo. Ma non e' 
neanche morto. Ed anche questo lo sai meglio di me. Tanto e' vero che puo' essere 'svegliato' con 
oportuni trattamenti. La vita puo' essere 'latente', nella pratica, in natura.
Insomma, tu mi presenti la cosa con grande eleganza. Ma io credo che nemmeno chi l'ha raccontata, la 
storia del grano, fosse in grado di sfornare ideazioni cosi' raffinate [< < = cattiveria?].

Non posso stare qui a contestare la tua posizione religiosa. Io sono convinto che non dobbiamo a nessuno quello che siamo - diversamente dovrei stare qui a parlarne male tutto il tempo, visto le piu' di undicimila malattie codificate che ci troviamo addosso, oltre alle piu' di 3.500 malattie genetiche, la sofferenza, l'invecchiamento, la morte, e tutta la montagna di altre maledizioni che ci cascano addosso molto naturalmente, quali terremoti, eruzioni vulcaniche, alluvioni, carestie, pandemie, AIDS, ecc. ecc., che ho enumerato, seppure incompletamente, nel mio sito internet.  Guai, se si potesse individuare un responsabile da prendere a sacrosante bastonate! Con la natura, con quello che ci troviamo intorno, stiamo gia' imparando a drizzarla. [E si potrebbero affrettare i tempi, se non ci 
fosse qualcuno che rema contro; che preferisce sguazzare nell'immondezza, invece di ergersi su superfici piu' confortevolmente pulite. Ma l'immondezza e' piu' naturale della tecnologica pulizia; quindi piu' si va' sul naturale, piu' si e' sporchi, ovviamente. 
In tutti i sensi.]

Posso solo riaffermare che la nostra razionalita', da sola, puo' consentirci di perfezionare noi stessi e il mondo. Il benessere  - in tutti i sensi, dall'invenzione della stampa al gatto clonato la settimana scorsa - di cui godiamo ora e' appunto il portato della scienza e della technica, che sono attivita' assolutamente ed esclusivamente razionali. Nulla ci e' caduto dal cielo, se non qualche asteroide un po' di tempo fa'. Tre settimane fa', come saprai, e' stato presentato un piccolo rene di soli tre centimetri, ottenuto da cellule staminali, che innestato in un animale si e' messo immediatamente a funzionare. Lunedi' scorso si poteva 'vedere' in internet in un sito NASA un piccolo cuore, sempre ottenuto da cellule staminali, che batteva e batteva ritmicamente senza fine.
Evviva! Siamo liberi. Oggi ancora piu' di ieri; dai confini angusti e barbarici della natura.
Un abbraccio, 
vency