IL  BEL TEMPO,  ANDATO [finalmente!]
  [ossia, la porcheria verde dei neo-ludditi]
 

 I seguenti brani sono tratti da:
        "Il pane selvaggio" di Piero Camporesi, 1983,
          Edizioni Il Mulino, Bologna
 

'Fra brevi parentesi di rari momenti di tranquillita' ansiosa e stupita, appena un flagello s'attenuava o scompariva, puntualmente un altro ancora piu' spaventoso faceva la sua apparizione, in un alternarsi perverso d'illusori miraggi di quiete  e di raffiche spietate di calamita' orribili. La perfida regia demoniaca degli eventi umani aggiungeva alla gran tresca del caso il sovrappiu' del marasma sociale quasi permanente. Alle <<risse, quistioni, ammazzamenti>> nelle citta' corrispondevano specularmente i <<continui ammazzamenti, abbrusciamenti di case, stupri, rubbamenti e mille altre sorti d'assassinamenti>> nel contado, tormentato da lotte e faide sanguinose di bande e clan contadini, da <<tristi micidiali>>, da <<ribaldi>>, da <<scherani, da ladri e da banditi>>[Vizani, 'I due ultimi libri delle Historie della sua patria', 1608]. La douceur de vivre  dell'antico regime e' un mito goduto solo da pochi aristocratici privilegiati, o dagli <<scemi del villaggio>>, toccati fortunatamente dal triste privilegio della demenza, l'unico accessibile ai miserabili.'  P. 124

   Pag. 153
         " Le folle dell'età preindustriale, sofferenti di carenze proteiche e vitaminiche, mal protette dagli attacchi delle malattie infettive da diete precarie e inadeguate, flagellate dal "fuoco di S. Antonio" particolarmente diffuso nelle aree di consumo della segala, sottoposte alle frustate repentine delle convulsioni e della epilessia, ai deliri delle febbri, alle piaghe inciprignite, alle ulceri che rodevano i tessuti, alle cancrene implacabili e alle scrofole ributtanti, ai folli tresconi del "ballo di S. Vito" e delle epidemie coreutiche, all'incubo perenne dei lombrichi e delle diarree coleriche, pativano anche gli effetti malefici dei pani "ignobili" (P. A. Mattioli), i deliri tossici delle impure miscele di farinacei, l'istupidimento, la balordaggine, e l'ottundimento demenziale del veneficio alimentare. Uno scenario allucinante, in cui accanto ai monchi, ai ciechi, agli scrofolosi, agli infistoliti, agli impiagati, ai tignosi, agli storpi, agli attratti, ai gozzuti, ai ventruti, agli idropici, si muovevano ebeti e dementi, pazzi e frenetici, "alloiati" e "alloppiati", ubriachi cronici ed effimeri, sborniati dal vino o, cosa incredibile, dal pane.  "
Allucinogeni e sonniferi derivati dal papavero, distillati oppiacei rozzi e rischiosi usati come sedativi e antidolorifici anche dalla medicina pauperum, pollini e fibre della canapa ( una pianta con cui i contadini della bassa emiliana e romagnola vivevano in stretta, familiare simbiosi) delineano un panorama umano drammatico, delirante e catatonico, inerte o epilettoide, frustato dall'uso consapevole o involontario di droghe e di prodotti tossici.

        Pag. 152
"Gli effetti del loglio...mescolato in quantita' eccessiva col grano, erano noti fin dai tempi piu' remoti. Ne sortiva il pane alloiato .. dalle conseguenze devastanti... 'fa diventar gli uomini che se lo mangiano, stupidi e come ubriachi, presi da gravissimo sonno ..'.. '..pe' muri batter fa spesso il capo alle persone.' [C.G.Croce, 1617, 'Contrasto del pane di formento e quello di fava' ...]
 

      Pag. 193
     " Sporchi quasi sempre a piedi nudi; le gambe ulcerate varicose impiagate, malnutriti, malamente protetti da diete insufficienti e monotone, abitanti in "tane" umide e mal aerate, in continuo promiscuo contatto con maiali e pecore, pervicaci nelle loro credenze (anche le piu dannose), col letamaio sotto le finestre, i panni rozzi, insufficienti, raramente lavati, i parassiti sparsi dappertutto, nella pelle, fra i capelli, nei letti, scarse o inesistenti le stoviglie, spesso colpiti da foruncoli, erpeti, eczemi, rogne, pustole, intossicazioni da carni di animali ammalati, febbri maligne, polmoniti, influenze  epidemiche,  febbri malariche,  febbri "sinoche" (l'antico  vocabolario  medico  indicava  con  questo termine le febbri  steniche continue,  elevate, provocate  da agenti diversi), febbri petecchiali, scrofole, "fisconie", diarree  micidiali  (per  non  accennare  alle  grandi  epidemie, alle malattie  da    sotto-alimentazione  vitaminica come  lo scorbuto e  la pellagra,  alle crisi  convulsive - tanto frequenti in passato-, alla epilessia, alle  manie suicide,  al cretinismo  endemico),  i  contadini, per  colmo di  sventura, vedevano altri miserabili avvicinarsi  alle loro capanne, apportatori  di  nuove miserie  e di  vecchi morbi  che andavano ad aggiungersi al loro inesauribile  serbatoio di  mali e d'angosce.
    Ma i grandi nemici occulti della salute, dai quali dipendeva la sanità o a malattia, erano, per comune convinzione (e non solo della medicina popolare e agraria) i vermi, o lombrichi. Gli uomini dell'età preindustriale vivevano, metaforicamente e concretamente, in un universo verminoso inimmaginabile ai nostri giorni. L'ossessione dei vermi, profondamente radicata nelle infrastrutture mentali, dava potente consistenza a una specie di contagio culturale cui partecipava anche la medicina ufficiale.
      La "volubile e verminosa colonia", arbitro collerico e imprevedibile della salute di tutti, tiranneggiava vecchi e bambini, uomini e donne, di qualsiasi età e condizione.  Ognuno li portava, per cause misteriose e rimaste oscure, dentro di se': pressochè ineliminabili, trincerati nei loro  << santuari >>, abbarbicati alle anfrattuosità delle viscere, padroni di tutto il territorio compreso fra la gola e gli sfinteri, non dovevano essere nè molestati nè irritati, pena la caduta della salute nel baratro della malattia. I  vermi, se si infuriavano o si ammalavano, contaminavano ineluttabilmente il sangue di chi li ospitava. Andavano perciò blanditi e trattati con appropriati rimedi e ricondotti dolcemente - pena il decesso del portatore - al loro equilibrio primitivo. Curando loro si curavano - era opinione fermissima del Moreali - i malati stessi, legati a doppio filo con i lombrichi.   "

     Pag. 152
     "Se  sono noti  gli effetti devastanti  (a partire dalla metà circa del Settecento) della pellagra sull'equilibrio mentale e i guasti dovuti alla monoalimentazione  maidica, ignoti o pressochè  inosservati sono rimasti gli effetti prodotti da erbe e grani alienanti e stupefattivi.  Il fenomeno appare straordinario e sotto molti aspetti sconvolgente. E'come se un maleficio si fosse abbattuto sopra vaste comunità, incantandole  e addormentandole; come se le folle fossero divenute preda di una  colossale vertigine sonnolenta indotta da  una droga campestre e familiare, vittime di un istupidimento collettivo che, pur se temporaneo, portava a disertare il lavoro e le abituali occupazioni. Paradisi  artificiali insospettati si aprivano ai sottoalimentati e agli  affamati: il sonno, il sogno, il torpore, il rallentamento e l' incoerenza delle  funzioni  afferravano  vasti  strati  di   popolazione  non solo marginale, ma attiva e produttiva. "